
Pubblico questo interessante contributo di Fiorello Cortiana (ex senatore verde e mente acuta dell’ecologismo italiano) il quale, pur esprimendosi (comprensibilmente) in maniera impietosa nei confronti della storia verde degli ultimi 10 anni, osserva con interesse l’intenzione di promuovere una Costituente ecologista, invitando però il nuovo corso dei Verdi a ripensare ed innovare radicalmente pratiche e modelli partecipazione, cito: “a informazione condivisa, dove l’efficacia delle proposte messe in atto diventi merito, dove è il processo (e la sua qualità di partecipazione, inclusiva e competente) che definisce gli indirizzi e individua autorevolezze cui affidare ruoli di decisione rispetto agli indirizzi”. Buona lettura.
L’ECOLOGISMO IN ITALIA MALGRADO I VERDI
Con l’elezione di Bonelli a Presidente i Verdi hanno scelto di tornare a collocarsi in modo aperto “né a destra, né a sinistra” rivendicando la propria specificità e rifiutando il ruolo di componente ambientalista della sinistra nella sua versione post antagonista. Questa è stata la notizia degna di nota al di là degli spintoni e delle accuse di brogli del Congresso dei verdi Italiani. Non importa ora un’analisi dietrologica che spieghi come mai la maggioranza dei delegati firmatari dell’opzione per la confluenza in “Sinistra e Libertà” si sia liquefatta e travasata nel sostegno a Bonelli, così come non è importante costatare che Bonelli era il capogruppo alla Camera dei verdi nella stagione di Pecoraro e che fino a ieri lui e molti della sua mozione hanno sostenuto indirizzi e metodi dell’ex Ministro-Presidente e da tempo si muovono con l’ansia del ceto politico in ricollocazione.
Ciò che rende interessante la scelta dei Verdi italiani è la verifica di una effettiva volontà costituente, inclusiva e trasversale fuori da ogni pregiudizio politico. Questo ritorno sui propri passi avviene in un contesto molto diverso da quando il percorso degli ecologisti italiani sul piano della rappresentanza istituzionale ebbe inizio.
La prima Repubblica è finita, la seconda non si è mai realizzata e la terza è ben al di là da venire. Forse anche in questa constatazione stanno le ragioni che rendono infinita la transizione che da vent’anni non consente al nostro Paese di ridefinire non solo assetti istituzionali e costituzionali condivisi, ma anche nuove e credibili formazioni politiche in grado di rappresentare in modo compiuto la democrazia dell’alternanza e, per quanto riguarda gli ecologisti, di assumere in modo determinante una prospettiva incentrata sulla sostenibilità, l’equità sociale e la partecipazione civile.
Quando i verdi si proposero come offerta elettorale costituivano un indicatore biologico della crisi di forma e di contenuti dei partiti popolari, dell’arco costituzionale e non, essi seppero rappresentare non solo un variegato arcipelago di esperienze associative e dell’imprenditoria sociale ma ebbero un merito importante nel finire del secolo delle ideologie: mettere al centro della propria azione questioni concrete per trovare attraverso un confronto plurale dei possibili indirizzi, misurando proprio sull’efficacia e non sul rispetto di prescrizioni ideologiche la bontà delle scelte.
In questo contesto l’esperienza dei Verdi, determinante nel richiedere la necessità della svolta ecologista, declinata nell’azione locale partendo da una visione globale dei fenomeni ambientali, economici e sociali, ha segnato in modo originale una stagione politica nella quale industrialismo, crescita, contrapposizioni ideologiche figlie del ’900 costituivano riferimenti e vincoli che sembravano ineludibili per la politica.
Per anni i Verdi, in Italia, sono cresciuti come federazione di liste locali, un arcipelago contrassegnato da grande capacità di mobilitazione e di aggregazione.
Un movimento spontaneo con grande capacità di critica e di proposta, una novità politica e culturale che sembrava poter dare nuove prospettive alla crisi delle ideologie che ha attraversato tutti i partiti italiani sul finire degli anni ottanta: la stagione delle Liste Verdi nei primi anni ’80, il primo ingresso in Parlamento e nelle istituzioni locali, la sfida del Governo, a partire dalla metà degli anni ’90, la stagione dei referendum, nucleare e caccia, in grado di mobilitare la società italiana. Tutto questo attraverso una forma-partito irrituale ed anarchica, ma al contempo vera e partecipata, con una continua elaborazione culturale sempre legata ad una prospettiva – nello spazio e nel tempo- che travalicava i confini e i riferimenti sociali fino ad allora definiti dalla politica : “la terra ci è data in prestito dai nostri figli”.
Un’esperienza originale, come quella dei radicali, che ha cambiato la politica del nostro paese e segnato una diversità sostanziale nei modi e nei contenuti della politica stessa, e che per la fase storica immediatamente precedente alla caduta del muro ha rappresentato, anche elettoralmente, un riferimento per tutta la sinistra alternativa e laica.
Il primo grande scossone arriva con le elezioni europee del 1999 dove i Verdi scendono al minimo storico dell’1,8%, pagando il prezzo di essere diventati un partitino. Nonostante il tentativo di rilancio con la gestione Francescato, nel 2001 un altro risultato negativo nella lista del Girasole insieme allo Sdi, che inchioderà il partito al 2,2% dei voti. Con l’elezione di Pecoraro Scanio sembra possibile invertire la tendenza e qua e là i Verdi recuperano qualche decimale. Ma è un effetto temporaneo, che dura fino al 2004 con il 2,2 alle europee, per ripiombare al 2,056% alle politiche del 2006 e poco di più con la Sinistra Arcobaleno nel 2008.
In mezzo scelte avventate, come la candidatura di Pecoraro alle Primarie dell’Unione, in cui riesce a raccogliere il consenso dell’1,8% dei votanti, corrispondente all’1% dell’intero elettorato.
Ma perché un partito dalla grande valenza planetaria – quali i Verdi sono in tutto il mondo – sia per capacità di leggere i problemi che per dar loro risposta, sia per presenza in tantissimi Stati, che per la capacità di aggregarsi a livello planetario, in Italia sopravvive a stento e non riesce ad aumentare il suo consenso fino a sfiorare la scomparsa?
Il modello di esperienza politica che ha caratterizzato la nascita del “partito verde” non ha saputo, nonostante l’assoluta attualità dei presupposti e delle intuizioni culturali e politiche, trasformarsi in soggettività politica credibile ed in grado di rappresentare un riferimento per l’elettorato italiano: anzi, più drammatiche sono via via divenute le questioni sociali ed ambientali frutto delle contraddizioni di un modello di sviluppo insostenibile in ogni sua dimensione, meno i Verdi sono stati ritenuti credibili per sostenere il cambiamento. E nemmeno, in tal senso, sono stati capaci di continuare a rappresentare l’autonomia delle proprie idealità, se è vero – com’è vero – che nelle ultime tre competizioni politiche invece di tentare di rappresentare, senza indulgere in conformismo, quella parte trasversale del popolo dell’Ulivo ’96 che richiedeva politica pulita, sicurezza, ambiente, laicità, solidarietà e giustizia, hanno partecipato a cartelli elettorali incomprensibili e soltanto strumentali a una limitata contingenza politica e alle strettoie della legge elettorale.
Di pari passo con la crisi di credibilità e di rappresentatività politica, abbiamo visto crescere la degenerazione nell’uso e nella gestione del potere. Già durante l’oceanica assemblea che aveva eletto presidente Grazia Francescato, i giochi di costruzione e scomposizione di cordate – vizio purtroppo atavico nei Verdi – avevano soffocato il bisogno di novità e di freschezza portato da migliaia di iscritti. La novità, allora, fu la rinuncia alla delega: “Una testa un voto”, subito tradottosi nell’uso massiccio delle cosiddette “truppe cammellate” trasportate dai pullman. Qualcuno allora denunciò, inascoltato, questo costume. Quel metodo non è mai cambiato, tant’è che, negli anni, vi è stato un aumento esponenziale di iscritti a fronte di un calo vertiginoso di voti e di capacità di mobilitazione. Gli equilibri interni che si determinarono allora hanno segnato la natura del partito fini ad oggi, basati non sulla politica ma sulla volontà di “occupare” posti.
Il controllo del partito attraverso il controllo dei pacchetti degli iscritti, nominali e non reali, pronti solo al voto assembleare; la prassi sempre più diffusa del commissariamento di federazioni locali, sostituendo persone non controllabili con personaggi di fiducia della “dirigenza”; la centralizzazione nazionale di scelte riguardanti le rappresentanze locali; la modifica delle regole di vita interna attraverso decisioni dell’Esecutivo nazionale; la sovraesposizione mediatica del Presidente/Ministro Pecoraro, hanno impoverito il confronto interno, ridotto gli spazi di agibilità politica per le minoranze e fatto dei Verdi italiani un partititino plebiscitario, dove tutti – ma solo apparentemente, per convenienze e per timori – hanno condiviso la linea predominante.
Una situazione bloccata da un gruppo dirigente che controllava il partito, gli eletti e le realtà locali con personaggi sparsi sul territorio nazionale o dentro le Istituzioni.
In questo clima anche le realtà più vivaci dei Verdi, quelle che contavano su un forte consenso perché da sempre presenti e attive sul territorio, sono state mortificate o espropriate del loro ruolo e della loro identità. Molti, negli anni, hanno abbandonato il partito amareggiati e delusi, si sono perse forza e credibilità. Eppure ci sono “Buone Pratiche” che i verdi hanno saputo mettere in atto nelle esperienze amministrative ai vari livelli, esperienze poco note e scarsamente valorizzate e che avrebbero dovuto condividere e a replicare.
Purtroppo, anche a livello locale, ha preso corpo il carrierismo indifferente agli obiettivi politici dei Verdi che per anni avevano messo alla base dell’impegno politico la gratuità e il servizio.
L’autonomia dei gruppi locali – valore fondante dei Verdi italiani, che nascono come federazione di liste verdi locali – ed un effettivo federalismo, con effettiva sussidiarietà ai vari livelli di decisione, costituivano due capisaldi, nel tempo totalmente disattesi.
In molti paesi europei i Verdi crescono, giocano un ruolo fondamentale al governo o all’opposizione, in Germania, in Francia e in Austria ad esempio sanno essere punto di riferimento per i movimenti e per cittadini, proponendo concrete risposte ai grandi disastri che il pianeta subisce. Per i Verdi italiani che fine hanno fatto l’attaccamento alla consultazione e alla decisione democratica, la mania delle regole e di modelli di organizzazione orizzontale che richiama alla memoria ancora Alex Langer? Dove è finita la capacità di essere portatori di una cultura fattivamente ecologica e pacifista per la convivenza? I Verdi italiani da tempo non sono più “saltatori di muri”e “costruttori di ponti”.
Per dare un futuro ai Verdi italiani, un punto di riferimento fondamentale è rappresentato dalle esperienze positive di governo dei Verdi europei che, non senza contraddizioni, sono riusciti a concretizzare, mantenendo una radicalità ecologista, una proposta politica verde che esprime una cultura europea autenticamente riformatrice, in grado di condizionare e di rendere concreta l’azione di governo. Anche le esperienze che li vedono all’oposizione, come Europe Ecologie in Francia, hanno costituito una straordinaria novità capace di interpretare, anche con notevoli risultati elettorali, le forme ed i contenuti di una partecipazione politica dopo le ideologie.
Anche grazie alla presenza dei verdi, l’Unione Europea è, a livello mondiale, la principale promotrice del rispetto degli impegni internazionali sulle più importanti tematiche ambientali e energetiche.
E’ paradossale, ma un partito che dichiara di voler difendere i diritti di minoranze etniche, religiose e sessuali non riconosce nel proprio statuto la possibilità di creare correnti interne, negando un principio cardine di una effettiva rappresentanza democratica. Ciò ha impedito, di fatto, un vero dibattito interno e “con le buone e con le cattive” ha chiuso gli spazi per le candidature negli organismi del partito e nelle competizioni elettorali. In Germania, al contrario, quando la politica antagonista della maggioranza Fundis mise i verdi fuori dal Parlamento il partito passò la mano ai Realòs di Fischer che hanno portato i verdi al governo sopra il 10% e l’industria tedesca del fotovoltaico è diventata il riferimento per il mercato europeo. Occorre modificare le regole di vita del partito a favore del pluralismo delle idee e delle posizioni politiche.
Il ruolo marginale giocato dai Verdi in Italia è dipeso – anche – dalla scarsa capacità propositiva e dalla ancora più ridotta capacità di incidere in maniera significativa sulle politiche economiche e sui loro riflessi ambientali, sia ai diversi livelli di governo del territorio, sia a livello nazionale.
L’aggravarsi a livello planetario delle questioni ambientali, energetiche e della pace rende sempre più necessaria una nuova visione del mondo e dell’uomo fondata su nuovi modelli energetici, di comunicazione digitale e su nuovi stili di vita. Non a caso il programma di rilancio economico di Obama va in questo senso.
“Tirare il freno di emergenza”, propone un “atterraggio morbido” per evitare la catastrofe di fronte ad una crescita economica che ci avvicina sempre più all’abisso, diventa desiderabile una vita fondata sulla qualità e non sulla quantità, sul meno ma meglio, su una felice sobrietà. L’ecologismo, mentre cerca di impedire l’irreparabile, propone nuovi modi di produrre, abitare, muoversi, vivere e, soprattutto promuove tutte quelle realtà sociali ed economiche che si collocano nell’orizzonte del cambiamento per l’innovazione qualitativa.
L’incapacità di comunicare – e, soprattutto, di praticare – l’idea che l’ecologismo deve essere lo sfondo, l’orizzonte, il principio ispiratore di qualsiasi azione politica, hanno relegato l’azione dei Verdi solo ad alcuni temi, pur importanti, quali la salvaguardia dei beni naturali e culturali, il risparmio energetico, l’inquinamento, ecc. A differenza di quanto avviene in altri Paesi europei, questo partito, in Italia, non è sempre stato capace di affermare la propria peculiarità politica e culturale su temi quali la sanità, il lavoro, l’immigrazione, l’assetto complessivo del territorio. Anche per questo i Verdi non sono riesciti a crescere in maniera significativa. E’ necessario per il Paese e per gli ecologisti, comunque si rappresentino, sviluppare un programma ecologista di vasto respiro e di stampo riformista che offra agli elettori una reale alternativa politica, nella quale ogni scelta tenga ben presente le “ragioni dell’ambiente” e nel contempo dia risposta concreta alle problematiche sociali cui i cittadini devono far fronte ogni giorno. Un programma ecologista deve sostanziare un “Patto per lo sviluppo sostenibile” tra ecologisti, imprese, mondo del lavoro e delle associazioni.
Questa riflessione deve necessariamente relazionarsi all’azione e al dibattito che avvengono in sede di Unione e di Parlamento europei e alla campagna che Al Gore sta sviluppando con forza negli USA sul clima, sul dopo Kyoto in stretta relazione con la Presidenza Obama.
Per questo dobbiamo iniziare a preparare gli “Stati generali dell’ecologismo”: è uno sforzo grande, che richiede un lavoro di preparazione aperto, inclusivo, trasversale con un unico criterio selettivo basato sulla competenza e sulla credibilità delle esperienze partecipanti, un progetto che si definisca attraverso approssimazioni successive.
La sensibilità intorno alla sostenibilità del nostro modello di vita, di consumo e di produzione, è enormemente diffusa e settori ampi delle imprese fanno del risparmio energetico, dell’efficienza energetica, dell’innovazione organizzativa, dei punti di forza per essere competitivi. Di più: sono sorte imprese legate alle tecnologie per le energie rinnovabili così come una filiera completa, fino ai supermercati, per i prodotti dell’agricoltura biologica. Proprio ora che gli States di Obama rilanciano l’economia basandosi sulle rinnovabili e sull’innovazione e che i cittadini tedeschi riconfermano, a maggioranza, la volontà di non tornare al nucleare, proprio ora in Italia quella verde non è la metafora che interpreta la volontà di cambiamento nei consumi, nei costumi, nella produzione e nei servizi della Pubblica Amministrazione. Eppure oltre alle questioni ambientali non catalogabili nello schema destra/sinistra dello scorso secolo, come l’inquinamento atmosferico, il verde, il rapporto uomo-animali, la qualità dell’agricoltura, altre questioni legate ai cambiamenti tecnico-scientifici e alle dinamiche globali si sono presentate come inedite e non riducibili. Pensiamo a come si presenta la dimensione del “fine vita” tra tecniche mediche che possono prefigurare accanimento terapeutico o la ricerca del prolungamento della vita fino ad una impossibile immortalità: al centro ci sono la dignità della persona e il suo essere parte di una rete sociale. Pensiamo a come le ondate migratorie hanno rimpicciolito il mondo e a come pongono la questione di una cittadinanza condivisa a un popolo che ha conosciuto la questione dello straniero solo con le guerre e le invasioni, fatti salvi i turisti..
Se fino allo scorso secolo la politica aveva una funzione ed una forma di relazione pedagogica (“divulgare la verità”) oggi essa si deve disporre ad una funzione di ascolto e connessione.
Partire dall’ascolto della società, dalla sua partecipazione consapevole ed informata, partire dal fatto che chi partecipa a primarie e referendum non lo fa per logiche compensative non significa negare la necessità della produzione di una classe dirigente, di programmi fondamentali e programmi elettorali, di una strategia politica ed istituzionale. Significa costruire pratiche e modelli partecipati, a informazione condivisa, dove l’efficacia delle proposte messe in atto diventi merito, dove è il processo (e la sua qualità di partecipazione, inclusiva e competente) che definisce gli indirizzi e individua autorevolezze cui affidare ruoli di decisione rispetto agli indirizzi.
I verdi eravamo, in nuce, così ma non avrebbe senso ed effetto tenere la testa girata al passato e pensare a cosa avrebbero potuto essere: occorre fare tesoro degli errori del passato quali cause del presente.
La lezione appresa ci dice che al modello di partecipazione, di riflessione, di formazione, di elaborazione, di decisione, di rappresentanza politica occorre dedicare la stessa cura che nel tempo è stata dedicata all’energia o all’acqua, al traffico o ai parchi, alla qualità del vivere sociale o all’immigrazione, agli OGM o alla libertà di internet.
Alex Langer aveva proposto “solve et coagula” come modalità di azione: fuori da ogni ingenua demagogia occorre avere il coraggio di riprendere questo proposito proprio ora che non c’è più l’equivoco di una rendita di posizione elettorale speculativa da “ambientalisti del centrosinistra”, vivendo l’approccio ecologista nel senso più ampio, da un welfare per la conoscenza ad una politica coerente per i diritti civili e una partecipazione informata e consapevole alla politica pubblica.
Davanti agli ecologisti ci sono due necessità:
la necessità di rilanciare l’azione degli ecologisti sul ruolo politico dell’Europa proporre e praticare in modo aperto e trasversale il modello a rete per la partecipazione politica, riprendere l’idea e la pratica dell’”arcipelago verde”, dove le diverse esperienze tematiche e territoriali avevano autonomia e legittimazione, dove l’autorevolezza, la competenza e l’efficacia delle proposte e delle pratiche avevano peso piuttosto che le tessere, le corti di cortigiani e le cordate. Non c’è una sola fonte di verità e di rappresentanza, per quanta compulsività mediatica essa possa avere, laddove una molteplicità di esperienze, una rete di esperienze, connessa in modo funzionale, sia in campo e in azione.
Voglio portare un esempio che ritengo significativo: il 12° Festival Cinemambiente, appena concluso con grande partecipazione di pubblico a Torino, aveva in cartellone tre film relativi alla dimensione del “fine-vita”, alla pervasività androide della tecnologia nella medicina e nei corpi, ai tentativi e alle ambizioni di protrarre “sine die” la durata della vita. Tre film che mettevano al centro la necessità di una comprensione e di un adeguamento del senso comune dell’agire collettivo. Bene: a latere delle proiezioni gli organizzatori mi hanno chiesto di organizzare e coordinare uno spazio di confronto. Io ho invitato gli Onorevoli Fabio Granata (PDL) ed Eugenio Mazzarella (PD) che hanno presentato una proposta di legge comune sulla indicazione da parte del paziente sulle modalità di trattamento nel fine vita, in relazione con i medici, con i familiari, nel pieno rispetto della sua dignità e fuori da ogni accanimento terapeutico ma consapevoli di una relazione sociale cui ognuno di noi appartiene. Insieme a loro si è confrontato un docente don Ermis Segatti. La sintonia è stata evidente e persino stonata rispetto alle collocazioni simboliche della geografia politico-parlamentare dimostrando l’efficacia della pratica di una ecologia delle differenze anche nella trattazione di una questione inedita e molto delicata.
Se malgrado sé stessi i Verdi italiani saranno costretti a fare di necessità virtù, sollecitati anche da appelli agli ecologisti come quello di Tozzi, Covatta e Roveda, se contribuiranno a promuovere e condividere un processo trasversale per definire gli indirizzi di uno sviluppo sostenibile del quale non sono gli unici certificatori, potranno ancora avere una funzione di lievito innovatore per la cultura politica e per la partecipazione civica in Italia dentro la ricostituzione del Patto Sociale.
Fiorello Cortiana